Ci sono le scarpe belle, quelle bellissime, quelle da perderci gli occhi e lo stipendio. Poi ci sono le Louboutin che vivono in un sistema parallelo, una sorta di regno sacro e fatato impossibile da mettere in discussione.

Anche il grande maestro Christian qualche caduta di stile l’ha avuta e altre continua ad averne. Basti pensare (mi perdoni chi ne va pazza) alla collezione di smalti uscita nel 2014 o restando in tema scarpine alle décolleté con plateau di dodici metri tempestate di lustrini che saranno sembrate eccessive anche alle danzatrici di Las Vegas.

Nonostante ciò, il calzaturiero parigino dalla faccia furbetta, è riuscito a creare modelli classici che hanno letteralmente scalzato quelli iconici dei suoi predecessori, per diventare le scarpe da donna per eccellenza.

Personalmente sono lontana dall’avere una di quelle scarpiere piene zeppe di Louboutin ordinate per colore e altezza del tacco che fanno impazzire Pinterest, ma mi sento già piuttosto fortunata nel possederne due paia.
Le prime, un paio di zeppe in sughero altissime regalatemi durante il periodo un po’ stressante della tesi da mamma e zia, le indosso molto raramente.
Più che raramente sarebbe meglio dire mai. Non perché non le ami, ma perché la loro scomodità è tale da impedire di mantenere l’equilibrio anche da seduti.
Sono consapevole del fatto che Christian Louboutin in persona ci tenga a rimarcare ogni due per tre che comodità, eleganza e sensualità non possono andare a braccetto, ma io sono testarda e continuo a preferirmi con le caviglie integre e con una camminata che non sembri quella di un fachiro.

Il secondo paio, invece, rappresenta per me quello che le scarpette rosse rappresentano per Dorothy nel Mago di Oz.
Sono magiche, preziose, capaci di farmi viaggiare nel tempo e di ricordarmi chi sono anche quando sembro averlo scordato.

Le ho acquistate con i miei primi sudati guadagni di stagista all’Officiel in un minuscolo negozio di vintage e seconda mano a pochi passi da Colette in Rue Saint-Honoré.
Ricordo quel giorno come l’avessi vissuto duemila volte. Pioveva a dirotto, mia zia era venuta a trovarmi per passare il Capodanno insieme e fare full immersion di shopping ed esplorazioni della città. Dopo un’estenuante maratona con piccole pause per bere tè alla vaniglia nelle terrasse del I Arrondissement e fumare Vogues sottili alla menta, ci siamo rifugiate in questa boutique piena di chicche, tesori e splendori.
Lì, dopo aver avuto il piacere di accarezzare Birkin di Hermès in edizione limitatissima, aver disquisito con le due proprietarie su quanto fossero eternamente meravigliosi i trench di Burberry ed essermi innamorata di accessori per un valore totale che superava il Pil dell’Australia, ho trovato il mio completamento.

Discrete, piccole, composte ed eleganti in cima a uno scaffale e circondate da foulard in seta, c’erano le mie Louboutin del cuore. Numero 36, vernice, un cinturino sottile e un bottoncino a chiuderlo. Mai usate prima (la suola rossa era deliziosamente intonsa), lasciate lì in conto vendita come cuccioli di labrador in cerca di un nuovo padrone.

Così, l’acquisto impulsivo e il successivo desiderio di liberarsene di un’anonima parigina, si è trasformato in un’immensa gioia per me e per il mio guardaroba.
Le ho portate a casa a un prezzo incredibile che non rendo noto solo perché su certe cose mi piace essere discreta e da lì siamo diventate inseparabili in un senso quasi trascendentale.

Non che io le indossi sempre, al contrario. Le tengo per i momenti più importanti, che non per forza devono coincidere con anniversari, eventi o celebrazioni.
Capita che le indossi per una cenetta al ristorante dell’ultimo minuto o che mi venga voglia di metterle anche solo per girarci in casa.

La ragione per la quale le amo tanto è che se potessero parlare racconterebbero di sogni d’amore e di passi leggeri immaginando di essere Grace Kelly, di frivolezza e d’intensità, di un amore per la bellezza che sfida i preconcetti.

Perché scarpe che hanno acquisito lo status di classico come queste Louboutin non sono più semplici calzature, ma biglietti senza scadenza per viaggi in un universo di meraviglia e di pura femminilità.

(Ph Sara Ottavia Carolei/Style Behind)

3 replies on “Se le Louboutin potessero parlare

  1. Cosa ne penso? J’adore.
    Toi.
    Parigi.
    Il ricordo delle nostre risate correndo sotto la pioggia felici come chi, non avrebbe voluto altro.
    JtA ma petite.
    zietta Amira

    Mi piace

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