Quasi tutte le mie amiche abitano da sole e hanno un gatto. Alcune magari condividono anche l’appartamento con un fidanzato, un marito, un figlio.
Ma ciò che accomuna quasi tutte loro è l’avere un gatto e di conseguenza un’infinità di storie magiche e buffe da raccontare.
Prima di partire con le loro, vi racconto la mia.

Io sono sempre stata un tipo da gatti (o una cat person, come dicono gli americani), anche se la prima che ho avuto, Lunina, è fuggita nelle colline marchigiane quando avevo quattro anni lasciandomi piuttosto triste e disorientata.

Dopo di lei c’è stata Delphi, il mio amore grande e che mi manca ogni volta che entro in casa di mia madre.
Delphi era una gattona tricolore con lo sguardo austero e modi così nobili (anche di animo, in fondo) da essersi meritata il nomignolo di Contessa.

Nella mia vita sono passati anche altri gattoni, con storie complicate che ora non mi dilungo a raccontare perché oggi la protagonista è lei, Teodora.

Come dicevo, sono sempre stata una da gatti.
Il periodo in cui ho vissuto a Parigi ho sentito molto la mancanza di un micio che si mettesse a dormire sulle mie gambe mentre stavo alla scrivania o che riempisse di peli la pila di vestiti appena lavati.
Spazio non ne avevo, perché per fortuna c’è sempre stata Smilla con me e per un monolocale di 25 metri quadrati in Saint-Germain eravamo già in troppe.

Quando sono tornata a Bologna ho dovuto aspettare qualche mese prima di poter rimettere piede dentro il mio appartamento.
Quindi, ancora una volta, per adottare un gatto tutto mio.

Due estati fa, dopo essermi definitivamente ristabilita e aver sistemato casa, ho cominciato a tempestare di telefonate gattili e gattare alla ricerca di un piccolo.
E badate bene che il fatto che lo volessi cucciolo non è certo per capriccio, ma per facilitarne l’amicizia con Smilla che all’epoca aveva già undici anni e i suoi traumi pre-adozione mai del tutto superati.

Così, dopo vari Le dò il numero di una signora che conosce un’altra signora che ha in casa una cucciolata, sono andata a fare conoscenza con una gattina di poco più di un mese che ancora non aveva un nome. (Qui mi viene voglia di gridare “A CAT HAS NO NAME”, parafrasando Arya Stark in Game Of Thrones).

Il nostro più che un amore a prima vista è stato un tentativo di raggiro da parte sua: come mi ha vista sedermi a terra e avvicinarmi, si è arrampicata sulle mie gambe fino ad arrivare alle ginocchia, mi ha squadrata e mi ha dato un bacino sul naso.
Sapeva che dopo quella mossa da ruffiana neanche un mostro sarebbe riuscito a dire “No, resta qui, scelgo un altro gatto.”

Un paio di settimane dopo sono andata a prenderla con il mio migliore amico, l’abbiamo portata a casa mia e le abbiamo fatto conoscere Smilla.

E anche lei, non senza qualche brontolio, l’ha accolta.

Qualche ostacolo dopo, vedi zampa storta causa bungee jumping senza corda dall’armadio, Teodora ha cominciato a dimostrare di essere una gatta pressoché perfetta.
(Ogni volta che lo dico un brivido mi percorre la schiena e non posso fare a meno di immaginare il momento in cui mi rimangerò tutto questo e troverò la casa ridotta a brandelli, ma per ora è così).

Mangia quello che deve mangiare, è affettuosa, gioca con qualsiasi cosa e non fa la snob.
Si impegna a far sentire gli umani (logicamente suoi sottoposti) a proprio agio, ma si tiene anche a debita distanza.
La mattina esce, fa un giro di esplorazione sui tetti e poi rientra. Dorme, smangiucchia il mio tappetino da yoga che ormai assomiglia di più a una ragnatela e quando passa Smilla a fianco al divano si prepara a una specie di attacco zombie che poi alla fine non ha mai il coraggio di compiere.

Teodora, nonostante sia così stranamente equilibrata e poco dispettosa, è tutto fuorché una gatta noiosa.
Pensate che una volta è persino stata rapita dai vicini di casa. Ve lo giuro, ci sono anche parecchi testimoni se non mi credete. Posso darvi i numeri di telefono se insistete.
Ah, ed è pure bella. Grigia, di un grigio che tende al rosato, con le zampe cicciotte e gli occhi da gufo psycho.
Dico tutto questo solo perché è merito suo, non ho mica da vantarmi, e anche perché a volte ho il sospetto che legga i miei post di nascosto e quindi voglio essere gentile che non si sa mai.
(Teodora, se stai leggendo sappi che stasera ti aspetta una doppia razione di biscottini al formaggio a forma di topo).

Avrei infiniti aneddoti da raccontarvi sulla vita con Teodora, ma mi fermo qui.
Vado a farle due coccole e a ringraziarla per avere imparato a non camminare più sulle mie illustrazioni appena fatte con le zampe sporche di inchiostro.

Presto leggerete tante altre storie di vite da gatti e se ne avete una da raccontare anche voi, scrivetemi a saraottaviacarolei@gmail.com mettendo nell’oggetto
Vite da gatti – Style Behind”.

PS: Teodora ha un suo hashtag personale su Instagram: #teodoralonglegs.
L’ho scelto perché mi piaceva, non perché abbia le zampe particolarmente lunghe. Non fate domande.

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