Che sia un articolo o un’illustrazione, una commissione o una nuova sperimentazione, non ha senso nemmeno cominciare un lavoro se non si ha intenzione di metterci dentro dedizione, abilità e impegno.

Come dicevo nell’editor’s letter del mese (la trovate qui), incanalare bene le energie è fondamentale soprattutto per chi come me si districa tra attività differenti, per quanto parallele.
Per questo credo che si debba anche essere onesti e fermarsi quando non c’è spinta o ci si sta per approcciare a un lavoro con scarso entusiasmo.
Quando, insomma, vengono a mancare i tre elementi del titolo.

Pensiamoci bene: non succede anche a voi (mi riferisco soprattutto ai creativi) di perdere infinito tempo e non combinare assolutamente nulla di buono quando lavorate con la spinta di un ghiacciolo lasciato sotto il sole?

E la cosa peggiore qual è? Che dopo ore e ore di lavoro totalmente improduttivo, si finisce per fare scene plateali stile Miranda Priestly prendendosela però con stessi per la propria incompetenza momentanea.
Da lì parte una specie di cataclisma, ci si demoralizza pensando di essere inadeguati, ci si dispera. Terribile.

Vi racconto questo, giusto per farvi capire meglio cosa intendo.
L’altro giorno avevo in programma di cominciare a lavorare a un’illustrazione piuttosto ambiziosa che mi frulla in testa da tempo.
Prendo i fogli per le bozze, mi siedo e comincio a buttare giù schizzi e idee.
Passa mezz’ora.
Niente, mi sembra di avere dimenticato tutto; dell’immagine meravigliosa che credevo di avere chiara, non distinguo più i contorni.
Insisto, mi sforzo. Altri fogli (tranquilli ecologisti, tutti riciclati da stampe venute male e simili), altra spremitura di meningi, altra delusione.
Passa un’ora intera, ancora zero assoluto.

“Non ho più fantasia, il mio lavoro fa schifo, avrei dovuto pensarci anni fa e optare per una carriera meno faticosa. Basta, chiudo tutto, mollo tutto.”

Mi dispero girovagando per la casa come la protagonista di un period drama, mani nei capelli e l’angoscia stretta al petto.

Poi mi calmo, respiro, mi risiedo e comincio a scarabocchiare cose a caso.
Piano piano viene fuori qualcosa che ha un vero senso e nel giro di un paio d’ore mi ritrovo con i pennelli in mano alquanto soddisfatta e stupita del risultato.

Perché è successo? Perché potrebbe accadere di nuovo?

La creatività non va a comando, così come neanche la voglia di fare.
Scrivere un pezzo o fare un’illustrazione non è come lavorare in ufficio.
Non posso semplicemente dirmi “coraggio, mettiti al lavoro.” Non basta, per portare a termine qualcosa ci vuole molto più che una piccola spinta anti pigrizia.

E allora, come penso di risolvere?
Tenendo sempre bene a mente le parole chiave dedizione, abilità e impegno e imparando a gestire le mie energie nel modo giusto.

La dedizione (fig. Il dedicarsi interamente e con spirito di sacrificio a una persona, a un’attività, a un ideale, dice il vocabolario Treccani) è tale solo se non data per scontata o non vista come un qualcosa di immutabile.
Io sono dedita al mio lavoro, lo sono più di quanto a volte non creda.
Questo però significa anche sapere quando fermarmi per evitare di mancare di rispetto al mio lavoro stesso, quando ribaltare la strategia o quando (come nel caso della storiella che vi ho raccontato) affidarmi all’istinto più che alla pianificazione.

L’abilità, quella, è una base imprescindibile.
Non credo nella semplice improvvisazione creativa, non credo a un talento donato dal cielo che si esprime armonicamente senza conoscere neanche due o tre regole.
Che si abbiano diecimila lauree o nessuna non importa (anche se personalmente tengo molto all’istruzione), quello che conta è saper identificare e riconoscere i propri punti deboli e quelli forti per potenziare entrambi.
Continuare a studiare, osservare attentamente il lavoro altrui per capire come altri usano le tue stesse tecniche, non dare mai nessun passaggio per scontato, sapere quello che stai facendo e perché lo stai facendo.
Questo è il solo modo per sviluppare le proprie capacità e attitudini e trasformarle in abilità.

L’impegno. Sì, perché senza impegno non ci si muove e se si ha un obiettivo è essenziale darsi da fare per raggiungerlo.
Sono una persona molto positiva, talvolta vista agli occhi degli altri come ai limiti del naïf, eppure so bene che niente ti cade in testa mentre stai seduto sul divano solo perché lo desideri.
Desiderare davvero qualcosa significa crederci e crederci significa impegnarsi e investire tempo ed energie. Punto.
Tante volte mi sento assalita da dubbi, ma è solo quando so di non essermi impegnata abbastanza che crollo.
Perché tutto è nelle mie mani, sta a me decidere.
Non è colpa di nessuno se una giornata non è produttiva, se un’illustrazione non piace o se un articolo viene letto poco.
Non mi sento nemmeno più di tanto schiava dei risultati in termini di apprezzamento esterno (ragione per la quale affermo di non avere per niente la mentalità imprenditoriale).
Il problema è che sono molto intransigente e ho sempre bisogno di sapere che ho dato tutto tutto tutto senza risparmiarmi nemmeno un pochino.
Quando non lo faccio, vado a dormire meno leggera.

Ci sarebbero infinite altre virtù da elencare come la costanza, l’onestà nei confronti di stessi e dei propri committenti.
Lascio a parte anche il discorso su umiltà e modestia, che mi piacerebbe affrontare in un altro momento con la dovuta cura (vedete, sto cominciando a imparare quando fermarmi!)

Per adesso mi concentro su questi tre amici carissimi: la dedizione, l’abilità e l’impegno.

Voi cosa ne pensate? Quali sono le vostre esperienze?
Aspetto i vostri racconti nei commenti qui sotto!

(Nella foto in cover, i famosi scarabocchi dai quali poi sono partita per la mia illustrazione, che troverete come stampa in edizione limitata su Bibiduni a partire da marzo 2017)

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