Come vi avevo già anticipato nel breve post dedicato alle riflessioni su Arte Fiera (lo trovate qui), ho avuto la possibilità d’intervistare un artista giovane eppure già molto solido, il cui lavoro va assolutamente tenuto d’occhioOmar Hassan, presente in fiera con la galleria ContiniArtUK  di Londra.

Nato nel 1987 da madre italiana e padre egizianoOmar Hassan è spesso etichettato come “il pugile pittore”, per via delle opere della serie “Breaking Through” create intingendo i guantoni da boxe nei secchi di vernice e poi lasciando il segno dei pugni sulla tela.

Una tecnica pittorica insolita, che Hassan però padroneggia egregiamente grazie alla (attualmente conclusa) carriera nel pugilato.

Come tutti, da curatori ad appassionati, da critici ad amanti dell’arte part-time, in primis sono rimasta affascinata da questo dualismo, dalla scelta indiscutibilmente originale di imprimere il colore sulla tela grazie all’uso non di pennelli, ma di guantoni.

Una scelta che appare sin da subito autentica, quasi necessariagenuina. Eppure Omar Hassan va molto al di là.
Non è solo un altro fenomeno di passaggio che ha un’idea diversapiace al mercato e si ritrova a produrre tele che vengono valutate come preziose.
Non è solo il “pugile pittore”.

Mi sono bastati cinque minuti di intervista, la lettura di alcuni articoli su di lui e della sua biografia per capire che questo artista ha lo sguardo ben puntato e che sa, davvero, quello che fa.
Tanto per cominciare ha studiato all’Accademia di Brera e l’ha fatto per bene.
Nelle sue opere si percepiscono la conoscenza, la padronanza dei linguaggi artistici e della storia che per come la vedo io sono più che essenziali.

Senza conoscere le regole e il lavoro di chi è venuto prima, infatti, è quasi impossibile riuscire a veicolare il messaggio rispettando il senso originario dell’arte.
(Qui so che c’è chi dissente, ma approfondiremo in un altro momento.)

La ricerca di Hassan prende tre diramazioni prevalenti: le tele create boxando, la serie “Dots” realizzata attraverso la composizione delle singole macchie di colore prodotte da brevi colpi di spray e infine le teche, nelle quali incasella tutto ciò che si presta per il suo lavoro di ricerca sul colore, come le bombolette usate, i loro tappi, le capsule, i beccucci.
In particolare molto interesse hanno riscosso le composizioni, a volte anche di notevoli dimensioni, realizzate componendo all’interno di teche in plexiglass (suddivise in piccoli comparti) le capsule delle bombolette, che prima colora ad una ad una per ricreare in questo modo il senso dell’armonia composita e variegata delle api nei loro alveari.

Tre percorsi, un punto di partenza riconducibile alla street art, al graffittismoall’eclettismo della cultura urbana di strada.

Omar Hassan sperimenta le evoluzioni del gesto del pugno sulla tela o dello spraying e riesce a farlo senza che perdano il loro significato.
Anzi, dà così tanta importanza all’atto in sé da conservarlo e ricordarlo racchiudendolo all’interno dell’opera stessa (i segni dei pugni sulla tela, la colata dello spray, i tappini messi in fila).

Per quanto riguarda la serie “Breaking Through” alla quale accennavo sopra, ho avuto la fortuna di ascoltare la testimonianza di un amico appassionato d’arteFilippo Mollea Ceirano, che ha assistito alla mostra-evento tenutasi al M.A.C. di Milano lo scorso 28 settembre, durante la quale Omar Hassan ha realizzato dal vivo alcune opere.


“La mostra-evento al M.A.C. di Milano è stato il mio primo contatto approfondito con la sua opera; nell’ampio spazio aperto della sede, scelta eccellente, erano esposti diversi lavori importanti delle varie tipologie su cui concentra la sua ricerca creativa; è una ricerca interessante: la sua esperienza di partenza risale alla street art, e nella “conversione” alla tela e alla galleria ha saputo trovare delle soluzioni efficaci e intense, che hanno saputo fare bene i conti con il rischio di cadere in qualcuna delle frequenti forzature a cui abbiamo assistito in casi analoghi.

Per quanto molto giovane ha una personalità delineata, e così riesce ad essere riconoscibile e peculiare, a proporre una varietà di soluzioni che gli consente di non cadere nella serialità ripetitiva; o almeno questa è la sensazione che ho ricavato dalla conoscenza, ancora superficiale, del suo lavoro e delle sue precedenti mostre.
La performance di presentazione della mostra è stata sicuramente d’impatto: l’esecuzione dal vivo dei lavori che chiama “Breaking Through”, che – ex pugilatore di livello agonistico elevato- realizza boxando sulla tela (o carta, o altro supporto) con i guantoni impregnati di colore. Nell’evento a cui sono stato l’artista era accompagnato dalla musica, suonata anch’essa dal vivo, di Saturnino Celani; una sinergia che mi è parsa ben trovata.

Omar – particolare non secondario – ha cazzotto che stenderebbe un bufalo, e nella serata non ha lesinato energie; questo fa si che l’impatto del colpo faccia letteralmente esplodere il colore, che s’irraggia, e si va a intrecciare con gli schizzi dei colpi precedenti, mentre nel punto in cui il pugno colpisce compenetra e si fonde con quello sottostante, che si era in precedenza impresso nel supporto. Il risultato finale ha un effetto coinvolgente: i rivoli dei colori che colano dolcemente dai punti di maggiore addensamento si scontrano e si incontrano con gli schizzi più secchi e violenti, si attraggono e respingono creando forme e linee irregolari, grovigli, contorcimenti. Mi ci perderei per delle ore.
(Filippo Mollea Ceirano)

L’energia, l’esplosione di colori, l’effetto finale quasi ipnotico: tutte sensazioni che si percepiscono subito, ma che devono essere ancora più forti se se ne è testimoni nel momento stesso in cui nascono.

Le cose che mi piacerebbe conoscere sul lavoro e sul percorso di Omar Hassan sono tante e bisognerebbe approfondire ciascun aspetto come merita, ma il tempo in fiera purtroppo è sempre troppo poco.

Ecco quello che gli ho chiesto io, cercando di racchiudere in tre domande tutte le mie curiosità.

Quando lavori a un’opera, in particolare alle tele create boxando, hai già in mente un risultato finale o lasci che sia l’azione a guidarti?

Sicuramente ho un’idea cromatica che parte proprio dalla scelta dei colori, ma la riuscita la vedo passaggio per passaggio, colpo su colpo. Solo così riesco a capire quello che sta succedendo e quindi a modificarlo nel tempo stesso. Una figura finale nei miei occhi non c’è, solo uno schema cromatico.

Che cosa hanno in comune i tuoi diversi modi di creare?

Prima di tutto il colore che per me è elemento base per creare un linguaggio semplice e poter catturare le sensibilità di tutti. Poi se si vuole indagare qual è il concetto della mia ricerca allora lì si fa un passaggio in più e diventa ancora più bello.

Come trovi il pubblico in fiera rispetto a quello delle gallerie d’arte? Che vibrazioni trasmette il fruitore?

Di per sé ogni fiera ha energie diverse. Questa di Bologna in particolare (Arte Fiera, ndr.) a me piace tantissimo perché ha un’energia molto forte. Anche se a volte non è ad altissimi livelli e la qualità dei lavori non è quella che si potrebbe vedere a Frieze o ad Art Basel, l’energia è comunque forte. A volte trovo fiere di più alto livello, ma estremamente fredde. Questa non lo è per niente, al contrario!

Nota: ha concluso con una sfilza di complimenti alla cucina bolognese che da cittadina ovviamente condivido e apprezzo molto 😉

Come dicevo sopra, purtroppo il tempo è stato poco e la confusione della fiera non aiuta, altrimenti l’avrei tempestato di domande che mi facessero capire meglio chi è questo artista così particolare.

Se volete conoscere il lavoro di Omar Hassan più nei dettagli, vi rimando al suo sito omarhassan.biz

(Ph delle opere esposte ad Arte Fiera, Miriam Colognesi – trovate i lavori di Miriam anche qui)

(Ph della performance live al M.A.C. di Milano, 28 settembre 2016, Filippo Mollea Ceirano)

(Clicca sulle immagini per aprire la gallery)

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