La serie “Tre domande a” torna questa volta con la voce della bravissima Mariasole Vadalà, assistente di galleria e curatrice in erba.
Ecco qui il suo racconto di una chiacchierata speciale con il maestro Roberto Malquori.


Oggi abbiamo incontrato il maestro fiorentino Roberto Malquori, classe 1929, uomo saggio e integerrimo.
Il nostro rendez-vous si tiene in un momento davvero speciale: l’allestimento della sua ultima personale Roberto Malquori: Femminile plurale. Opere dagli anni Sessanta ad oggi presso la galleria Res Publica di Venaria Reale.
Questa è solo l’ultima delle moltissime esposizioni a cui l’artista di Castelfiorentino ha preso parte nel corso dell’ultimo cinquantennio.

Ripercorriamolo
a tappe: entra nel Gruppo 70 nel 1964, dopo la prima personale alla Galleria L’Indiano di Firenze, l’anno successivo si dedica all’antologia Poesia della Poesia curata da Lamberto Pignotti, in cui reinterpreta undici componimenti di altrettanti poeti vicini al Gruppo 70.

Nel 1965 parte alla volta della Drakabygget, nel sud della Svezia, per conoscere i fratelli Asger Jorn e Jørgen Nash, fondatori del Bauhaus Situazionista Scandinavo, al quale Malquori aderisce con entusiasmo, collaborando alla sua attività artistica fino ai primi anni Duemila.

Qui gli dedicano numerose esposizioni personali e collettive.
Vari membri del gruppo lo raggiungono diverse volte a Castelfiorentino, città che abbandona negli anni Settanta per vivere a Firenze dove diviene docente di Disegno dal Vero al Liceo Artistico e alla Scuola d’Arte.
Sempre nel capoluogo toscano dal 1969 è tra i sostenitori del Centro Tèchne fondato da Eugenio Miccini, volto alla promozione di eventi d’arte, incontri, teatro d’avanguardia e pubblicazioni.

Il suo percorso artistico ha avuto una molteplicità di spunti, sviluppi e sperimentazioni ma è l’aspetto delle sue opere a stupirmi: nonostante la sua arte si sia collocata in situazioni sempre nuove, un Malquori si riconosce anche da molto lontano.

Come è arrivato al lavoro che oggi vediamo esposto?

Ho sempre disegnato, a vent’anni ho iniziato a dipingere ispirandomi ai Macchiaioli, credo di aver cominciato da una natura morta per poi interessarmi alle tematiche degli Impressionisti, di Van Gogh, dei Fauves e dei Die Brücke. Questa passione ti brucia dentro… Ben presto mi resi conto che dovevo realizzare qualcosa di mio, qualcosa che rispecchiasse cosa vedevo, leggevo e vivevo. Moravia, Pasolini, il cinema neorealista, le periferie, le fabbriche… Così adottai una pittura neorealista. Ma non mi arrestai a queste sperimentazioni iniziali l’attenzione ben presto dalle fabbriche si spostò ai muri che le custodivano su cui notai da subito le macchie di umido e scrostature, che andavano a creare certe figure antropomorfe. Ma su questi muri si trovava qualcosa di molto più interessante: le scritte, i motti, le parole, le cose abbandonate, una montagna di messaggi, i manifesti, le pubblicità, una comunicazione davvero varia. Mi resi conto che ad interessarmi era proprio l’informazione, non solo quella lasciata sui muri ma quella che proveniva da rotocalchi, giornali e televisione, molto più pregnante e di attualità.

Come è arrivato alla tecnica attuale?

Cominciai a testare delle tecniche diverse: nel periodo precedente lavoravo sul supporto orizzontale e ci spalmavo stucchi, tempere murali e materiche e poi le bagnavo con colori ad olio e smalti molto diluiti. I diluenti li avevo da sempre tra le mani e li sperimentavo volentieri. Mi ricordai che ai mercati settimanali ogni tanto capitava un omino che sul banchetto aveva le pagine di un quaderno, un pacco di riviste che manipolava con il liquido di piccoli boccettini e diceva: “Guarda che bellino questo!”. Non era altro che acetone per le unghie delle donne. Così con quella tecnica provai a prelevare le immagini e con le riviste di quei tempi venivano esattamente come volevo io: c’era uno stacco ben netto dell’inchiostro. Questa era la tecnica ideale per un artista con le mie intenzioni: volevo riproporre il mondo dell’immagine e lo spazio dove viviamo. Riuscivo (e riesce tuttora, ndr) con i miei décollage a incastrare le immagini perfettamente e a sovrapporle creando una narrazione.

Quale esperienza (il Gruppo 70, il Centro Tèchne o il Bauhaus Situazionista) l’ha maggiormente emozionata?

La maggiore esperienza di rottura è stata quella con il Gruppo 70, perché era la prima volta che capitavo insieme a delle persone che non avrei mai pensato di incontrare, che facevano il mestiere da anni, pittori e artisti molto conosciuti nell’ambito fiorentino. Io abitavo in un paese e quindi erano personaggi abbastanza irraggiungibili per me. Il contatto con queste persone mi ha davvero cambiato anche perché io mi sentivo un po’ provinciale. Quando entrai nel gruppo (nel 1964, ndr) mi dissero che avrebbero organizzato il terzo congresso Arte e Tecnologia al Forte Belvedere e parallelamente si sarebbe tenuta una mostra collettiva del Gruppo 70 alla Galleria Santa Croce di Firenze. Insieme alle nostre vennero esposte opere di Festa, Schifano, Rotella, Mondino e Del Pezzo. Al Congresso parteciparono esponenti di grande prestigio tra cui Eco, Vivaldi, Crispolti, Calvesi e Dorfles. E proprio quest’ultimo, accompagnato da Chiari, visitò la mostra e si appassionò incredibilmente al mio lavoro e questo mi fece un piacere pazzesco, ero sudato dalla testa ai piedi.

Devo aggiungere che anche con i Situazionisti fu una bella esperienza. Loro mi prepararono a una realtà diversa, perché erano più liberi, scapestrati, senza limiti di sorta, dicevano: “Si fa questo!” e lo facevano immediatamente, a loro non interessavano le conseguenze. Hanno fatto delle cose pazzesche: hanno addirittura tagliato la testa alla Sirenetta di Copenhagen… Erano teste ganze, buffe e libere.

Pop Art e Poesia Visiva, Iconosfera e Interrelazioni, arte e comunicazione, rigore nell’esecuzione e tanta passione.
Il maestro Malquori è tutto questo e molto altro, basta guardare da vicino una delle sue opere.

Il meritato interesse nei confronti del suo lavoro, rinvigorito in questi ultimi anni, spiega i numerosi ed importanti eventi che lo vedono coinvolto.
Dalla collettiva Italia Pop. L’arte negli anni del boom a cura di Stefano Roffi e Walter Guadagnini alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (PR) conclusasi lo scorso dicembre alla già citata personale Roberto Malquori: Femminile plurale. Opere dagli anni Sessanta ad oggi presso Res PublicaGalleria d’Arte Democratica di Venaria Reale (TO) a cura di Luca Beatrice, dalla collettiva Da 60’s ai 60’s. Un secolo dopo l’Unità d’Italia, la Pop Art a cura di Luca Beatrice e Ferruccio Martinotti che aprirà al pubblico il 21 aprile presso il Museo Nazionale del Risorgimento di Torino alla personale Roberto Malquori. Dagli anni Sessanta ad oggi a cura di Giuse Benignetti che si terrà presso la Sede del Consiglio del Palazzo della Regione Toscana dal 1 al 13 giugno. 

Sono dunque molte le occasioni per non perdersi il suo sguardo sulle epoche che ha attraversato!

Mariasole Vadalà


Cover foto, Fabio Dipinto

(Clicca sulle immagini per aprire la gallery)

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