Si potrebbe costruire una città con tutte le regole “insindacabili” di scrittura che esistono al mondo.
Fai questo, non fare mai quell’altro, se fai così va bene, se non lo fai sei una specie di mostro. Dopo aver letto centinaia di articoli, aver sottolineato e schematizzato decine di manuali, aver ascoltato un infinito numero di conferenze sul tema e non per ultimo aver preso un master in scrittura per magazine e storytelling posso dirvi solo una cosa: se rispettate la lingua (grammatica, sintassi, composizione) e siete sinceri, il resto delle regole ve le potete fare benissimo da soli.

Anche io mi sono stilata una mia personalissima lista di regole alle quali faccio affidamento.
Alcune le ho adottate, altre rivisitate, altre ancora credo di averle inventate di sana pianta ma potrei anche scoprire che non è così.
Mi servono per sentirmi al sicuro, per stabilire una specie di etica della scrittura alla quale tengo molto e anche per sviluppare il mio stile senza rischiare di farmi troppo influenzare dagli autori che ammiro o dalle ultime letture.

Prima di elencarvele (sapete, sapete quanto ami gli elenchi), sottolineo che queste sono regole che funzionano per me, ma che vorrei che ciascuno di voi piccoli adorabili scrittori affamati di conoscenza se ne inventasse di proprie.
Prendete spunto dalle mie, cercatene altre online, fatevi un giro nella sezione manualistica della biblioteca, ascoltate le interviste a romanzieri che amate e poi appallottolate tutto, create una gigantesca polpetta di consigli e tiratene fuori quelli che vi restano impressi.
Quelli che si trasformano in mantra e che vi fanno dire “ohhh, questo mi cambierà la vita!

1. Prima di scrivere di qualsiasi cosa, sentila.
Che sia un romanzo, un post, un saggio, un racconto, un articolo, un haiku, un reportage.
Non mi piace tanto l’idea di “scrivere solo di ciò che conosci”, ma amo quella di “scrivere solo di ciò che senti”.
E con il sentire non intendo i tuoi sentimenti, ma la percezione profonda di un argomento. Possono essere temi leggeri o esistenziali, problemi quotidiani o punti interrogativi universali. Non importa.
Se prima di parlare di qualcosa non ti ci sei tuffato dentro ne parlerai sempre in maniera vaga. Vuota, circostanziale.
E lo dico perché l’ho sperimentato. Prenditi del tempo per far vivere un’idea, un pensiero, una situazione nella tua testa. Lascia che agisca e che si colleghi al tuo vissuto e alle tue esperienze. Se scrivi articoli per quotidiani o magazine che ti chiedono neutralità in realtà è uguale, perché puoi anche non esprimere la tua opinione a riguardo. Ciò che conta è che ti sintonizzi sulla stessa frequenza dell’argomento per fargli prendere forma e farlo diventare onesto.
Indipendentemente da come e quanto ti sia concesso palesare la tua visione.
(Qui potrei aprire un grande off-topic raccontandovi perché io mi sono stufata quasi subito di scrivere per pubblicazioni che imponevano un punto di vista Svizzero, ma ci tornerò sopra in un post a parte.)

2. Fai in modo che sia tu a dominare la paura di esprimerti e non viceversa.
Per questa regolina devo ringraziare Elizabeth Gilbert e il suo “Big Magic” (lo trovate qui) che con quel bellissimo linguaggio diretto e caldo mi ha convinta a sdrammatizzare e a esorcizzare il mio gigantesco terrore di avere una relazione libera con le parole e la creatività.
Ne parlavo qualche giorno fa con un’amica che scrive e le confessavo quanto spesso mi sentissi paralizzata all’idea che persone appartenenti al mio passato (più o meno importanti, di solito meno), comparse con le quali ho avuto a che fare solo di striscio, gente alla quale non mi lega nessun particolare rapporto di stima, ma che ha incrociato il mio cammino, potesse leggere le mie cose e mettersi a ridere. Una paura sciocca e irrazionale, che si è volatilizzata solo quando le ho concesso di dirmi la sua.
Mi sono seduta con lei, la paura, (proprio come racconta la Gilbert) e l’ho lasciata parlare senza interromperla. Arrivata alla fine del discorso l’ho guardata in faccia e le ho chiesto “tutto qui?”. Lei ha annuito e io l’ho congedata. Ancora cerca di bussare alla porta, ma gentilmente la allontano e le suggerisco di trovarsi qualcos’altro da fare perché io non ho tempo da perdere, ho un romanzo da scrivere e voglio sentirmi libera da qualsiasi catena.

3. Scrivi sempre. Sempre, sempre, sempre.
Ogni giorno, possibilmente ogni ora. All’inizio questa regola che sentivo e leggevo spesso mi faceva venire l’orticaria. Ma perché dovrei scrivere d’obbligo, non sono mica un’atleta che se non si esercita perde l’elasticità, mi dicevo. Oh, invece sì. È proprio così.
Più scrivi più conosci le tue potenzialità, più scrivi più ti vengono idee e soprattutto più scrivi più impari a scrivere. Per quanto riguarda nello specifico il mio romanzo Young Adult l’approccio che uso è un tantino diverso. Non aggiungo a forza parole nuove ogni giorno, ma ogni giorno ci lavoro su. Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, persino sabato e domenica. Faccio ricerche, butto giù appunti e idee per i personaggi, osservo, studio, raccolgo ispirazioni, colleziono immagini di riferimento (vedi qui). E nel frattempo scrivo altro. Che sia il mio diario o un post qui su Style Behind, scrivo. Così quando sono pronta per riempire le pagine e concludere capitoli non mi trovo spaesata. Questo perché la storia del mio libro è fatta di delicati equilibri e voglio rispettarla, sarebbe controproducente obbligarmi a procedere con ritmi forzati sulla scrittura in sé. Ho fatto un programma a larga scala e mi ci attengo con serietà, ma l’ho pensato proprio per far sì che la storia scorresse naturale.

4. Leggi senza pregiudizi e amplia la tua visione.
Se è vero che leggere aiuta tanto è anche vero che farlo solo con l’intento di migliorare le proprie capacità narrative è deleterio e malsano.
Tu stai scrivendo un romanzo perché così qualcun altro possa usarlo in questo modo? Non credo. Perciò sarebbe bello che si smettesse, noi scrittori, di parlare di lettura come di un aiuto per la composizione. Che irrispettosa, barbara e triste visione è questa? Gli altri autori hanno scritto per raccontare una storia. Se ci va di leggerla la leggiamo, ma non facciamolo solo per trarne spunti, idee e consigli altrimenti la nostra stessa storia diventerebbe falsa. Certo, se si ha in mente di scrivere un giallo leggere Agatha Christie, Nero Wolfe, Georges Simenon (mi fermo qui) è quasi indispensabile, ma lo è per il concetto espresso al punto 1.
Io per esempio divoro un numero incredibile di Young Adult in un anno, ma non perché spero che lo spirito di John Green si levi dalle pagine ed entri in me rendendomi un’autrice di bestseller con una capacità narrativa favolosa. Lo faccio perché è il “target” di cui mi occupo, che più mi stimola e del quale letterariamente sono affamata. Lo faccio perché per mia scelta dettata dal cuore il mio lavoro si rivolge nella sua quasi totalità all’universo teenager. Detto ciò non disdegno il resto della letteratura. Il mio romanzo preferito di sempre è forse Delitto e Castigo di Dostoevskij, per dirne una, e dall’inizio del 2017 ho letto un po’ di tutto. Che poi l’occhio mi cada di più su libri YA e i miei piedi mi trascinino automaticamente nella sezione dedicata delle librerie e biblioteche è un altro conto, quella è una questione di attrazione fatale e amore incondizionato.

5. Crea un ambiente di lavoro su misura.
C’è chi potrebbe scrivere una saga sulle pagine ingiallite e strappate di un taccuino, ma io non sono tra questi. Proprio no.
Deve essere sempre la vecchia questione del minimalismo che è un concetto distante anni luce da me, perché se non mi circondo di cose che mi fanno entrare nel mio universo di scrittura fatico a concentrarmi. Una tazza di caffè americano, il mio astuccio rosa, il diario, una candela profumata, una bottiglia di acqua fresca, una colonna sonora adatta.
Ma non solo, perché oltre a queste componenti esterne ci sono anche quelle legate strettamente allo spazio di scrittura. Mi riferisco ai programmi di composizione ed editing, nello specifico a Scrivener che da quando lo uso mi chiedo come facessi senza. Non è una frase fatta, ve lo giuro. A giorni ve ne parlerò nel dettaglio e vi racconterò perché trovo indispensabile per chi scrive romanzi ed è tra quelli che non riescono a farlo sul famoso taccuino ingiallito alla Hemingway affidarsi a un programma (software o come accidenti si dice) che faccia un po’ di lavoro sporco al posto dell’autore.

6. Confrontati, ma smettila di paragonarti.
Quante volte bisognerà ripetere che ognuno ha il suo percorso e non è giusto né tantomeno d’aiuto mettersi a fare comparazioni con il lavoro e la strada altrui, prima che ce ne si convinca? Lascio a parte la questione invidia che è un sentimento agghiacciante, distruttivo e penoso, ma ricordo a tutti quanti noi che anche solo stare lì a pensarecavolo, quella ha la mia stessa età e ha già all’attivo tre romanzi” è piuttosto stupido.
Confrontarsi, invece, è fantastico. Parlare con altri scrittori, persino leggere e commentare i loro post sui blog o sui social se si tratta di persone distanti geograficamente, ricordarsi che siamo tutti quanti uguali identici con lo stesso desiderio di scrivere e trovare qualcuno che abbia voglia di leggerci, è qualcosa che fa bene al cuore e alla mente.
Da quando mi sono aperta e cerco questo dialogo mi ritrovo a gioire di pancia per i trionfi e a cavalcare le onde di successo degli altri senza buttare giù nessuno e senza auto-affliggermi. Al contrario, mi riempio delle loro good vibes per ricaricarmi di speranza e fiducia.

7. Divertiti e innamorati di quello che scrivi.
Ecco sì, perché quelle lagne da scrittori maledetti, artisti distrutti dalla loro stessa arte che si crogiolano in una nuvola di alcool, droga e sigarette a montagna nel posacenere mi fanno un po’ sorridere e un po’ acidità di stomaco. Poi ripeto, ognuno si relazioni alla creatività come vuole, ma che non mi si venga a raccontare che se il panico da pagina bianca non è automaticamente seguito da un vortice di oscurità, allora non si è veri scrittori. Succede che mi venga il nervoso e che i dubbi sulle mie effettive abilità mi assalgano quando scrivo per un giorno intero e poi rileggendo mi sembra che sia uscito da una cattiva traduzione di Google.
Non per questo però vago con lo sguardo da baccalà a gridare il mio odio al mondo sperando che il mio momentaneo traballare possa risultare meno brutto qualificandolo come “tormento dello scrittore”. Mi rimbocco le maniche e ricomincio. Ci rido sopra. Faccio qualcosa di diverso, ma soprattutto mi sforzo di ricordarmi che se tra tutti i mestieri al mondo io ho scelto quello dello scrivere è perché lo amo e perché mi diverte da impazzire.

Scrittori all’ascolto, adesso ditemi la vostra!

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